COMUNE DI OSSONA
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STORIA
I più antichi reperti storici ritrovati all'interno di quello che attualmente è il territorio comunale di Ossona risalgono al primo secolo avanti Cristo. Infatti, durante gli scavi per la costruzione di una villetta alla fine degli anni '50 del secolo scorso, è stata rinvenuta una sepoltura a cremazione al cui interno si trovavano stoviglie e arnesi risalenti appunto ad almeno 100 anni prima della nascita di Cristo. Sulla base di questo ritrovamento, si può presumere dunque che qualche insediamento sull'attuale territorio ossonese, si sia avuto già a partire dal quinto secolo a.C. Successivamente, nell'area tra l'Olona e il Ticino -e quindi anche sull'attuale territorio comunale- si sono succedute le dominazioni romane e barbariche, sulle quali non disponiamo di notizie più puntuali al fine della cronistoria di Ossona.
Per avere qualche notizia più precisa su Ossona, bisogna spostarci in piena epoca feudale e comunale, quando nel 1213 su un atto notarile compare il nome di Petro de Ossona. Possiamo quindi presumere che già attorno all'anno mille Ossona era un insediamento stabile, destinato poi ad ingrandirsi e svilupparsi sino a diventare la Ossona che oggi conosciamo. Da questo momento in poi, le notizie divengono più fitte e interessanti: sappiamo ad esempio che durante la dominazione spagnola il borgo di Ossona rimase senza feudatario. Il territorio attorno all'anno 1500 era quasi interamente boscoso e gli abitanti spesso convivevano con carestie, malattie e guerre. Tra il 1576 e il 1577 una pesante epidemia di peste contribuì ad impoverire ulteriormente la zona. Solo agli inizi del '600 si registrano i primi aumenti demografici, subito annullati da un'altra epidemia di peste, quella del 1628-1630, descritta tra l'altro dal Manzoni nel suo più noto capolavoro.
Erano anni difficili per la popolazione tant'è che nel '600 a motivo della povertà della zona, il comune venne messo all'asta ma rimase per anni senza acquirenti. Soltanto nel settembre del 1650, quando il "valore" degli abitanti scese da 62 a 40 lire per famiglia, il marchese Vercellino Maria Visconti acquistò Ossona per 2360 lire e ne divenne il primo feudatario. Con una semplice operazione matematica, deduciamo quindi che all'atto dell'acquisto ad Ossona risiedevano 59 famiglie. Famiglie perlopiù composte da massari, braccianti e artigiani, oltre a qualche proprietario terriero. Ossona rimase sotto il dominio dei Visconti sino al 1794, data della morte di Giuseppe Maria Visconti, ultimo discendente della facoltosa famiglia milanese. I diritti sul feudo passano quindi alla Regia Camera e poi al Demanio.
Siamo ormai in epoca napoleonica, quando nel 1796 il Ducato di Milano passa sotto il dominio francese e la pieve di Corbetta, cui apparteneva anche Ossona, viene aggregata al Dipartimento del Ticino, con sede a Pavia. Non passano due anni, che nel settembre del 1798 il Dipartimento pavese viene soppresso e Ossona passa alla dipendenza di Milano, nel Dipartimento dell'Olona. Interessante notare come anche in epoca moderna ritroviamo nella storia di Ossona quei due fiumi, il Ticino e l'Olona, che sin dalle origini abbiamo visto legare le loro vicende a quelle di Ossona. L'Ottocento si apre con una cattiva notizia per gli ossonesi: nel 1811 un provvedimento amministrativo ha infatti previsto l'aggregazione con il limitrofo comune di Arluno.
La popolazione ha vissuto con rabbia e stupore la perdita di autonomia, apparentemente ingiustificata stante una radicata tradizione storica e religiosa del Comune. L'aggregazione durò comunque poco: basta infatti attendere il Congresso di Vienna del 1815 perchè Ossona ritorni Comune autonomo. Arriviamo così agli anni che portano all'Unità Nazionale, che Ossona vive con notevole coinvolgimento trovandosi nel 1859 nelle immediate adiacenze del campo di battaglia di Magenta. Benché gli scontri si spinsero sino ai limiti dell'attuale frazione di Asmonte, le campagne ossonesi non vennero danneggiate in maniera significativa. Siamo così al 1866, quando l'Italia era ormai simile amministrativamente a quella che oggi conosciamo, e ritroviamo un'Ossona con circa mille abitanti all'interno del mandamento di Magenta.
A fine '800 si registrano numerosi scioperi originati dalla precarietà e dai disagi dei contadini e uno in particolare, nel maggio del 1889 coinvolge anche la popolazione ossonese. Sempre a fine '800, Ossona vive una fase importante che segna tutto il territorio dell'alta pianura milanese: la costruzione del canale Villoresi. Costruzione che segna il definitivo passaggio da un'irrigazione legata esclusivamente alle vicissitudini meteorologiche, ad una che sfrutta un più razionale impiego delle risorse idriche, con gli indubbi vantaggi associati in termini di stabilità del raccolto. Ossona viene così attraversata da nord a sud da una derivazione principale del canale Villoresi e tutto il suo territorio viene solcato da altre diramazioni minori.
A inizio Novecento la popolazione sale a circa 1600 abitanti. Negli anni della prima Guerra Mondiale, Ossona perde 38 tra i suoi giovani e vive una fase di miseria come del resto avvenne in tutta l'area circostante. Saranno gli anni Venti e Trenta a vedere la costruzione di opere significative per il benessere della popolazione: l'acquedotto, la fognatura e le scuole sono sicuramente le più importanti. Benessere che tuttavia si trasformò in nuove difficoltà durante il successivo periodo bellico. Arriviamo così ai giorni nostri, con la ripresa economica tra gli anni '50 e '60 e con quella progressiva trasformazione da un'economia agricola ad una industriale che ha favorito l'incremento demografico e lo sviluppo urbanistico di Ossona negli ultimi decenni del Novecento, come documentato nelle gallerie fotografiche presenti all'interno del sito, gallerie che tra l'altro fanno da supporto a tutta la più recente storia del Comune di Ossona.
(sintesi della storia ossonese realizzata da Marcello Mazzoleni sulla base delle pubblicazioni disponibili su Ossona)
Approfondimenti e curiosità :
La vicenda di Giovanni da Ossona
Siamo a Milano alla metà del 1400. Filippo Maria Visconti, il signore della città muore senza designare un erede. Filippo Maria aveva una sola figlia, Bianca Maria, sposata con Francesco Sforza che viveva nella provincia di Bari perchè suo marito, capitano di ventura, era stato allontanato proprio da Filippo Maria, che lo sospettava di sostituire....
La morte del signore di Milano scatenò una serie di lotte fra nobili spagnoli e francesi per la proprietà del ducato, ma la borghesia e la piccola nobiltà milanese e pavese riuscirono a prendere il potere e al grido di "Libertà Libertà", innalzando lo stendardo di Sant' Ambrogio, proclamarono la repubblica Ambrosiana.
Elessero un parlamento composto da mille persone, rappresentanti di tutti i quartieri della città, e questo parlamento elesse tre sindaci: Giorgio Lampugnani, Giovanni da Ossona, e Teodoro Bossi.
Fra i primi provvedimenti presi dalla nuova amministrazione della città ci fu un enorme falò in piazza del Duomo: bruciarono tutti i registri delle tasse.
La nuova repubblica non si sarebbe fondata su tasse e prelievi forzati, ma su dei contributi volontari: un editto del 9 gennaio 1448 istituì, infatti, una lotteria.
Una buona parte del ricavato della lotteria era destinato ai lavori pubblici e l'altra parte sarebbe stata ridistribuita con 7 premi. La raccolta delle quote era tenuta dal banchiere Taverna, in via dei Ratti.
L' estrazione si faceva in piazza Sant' Ambrogio con due grandi anfore: in una i nomi dei partecipanti, un biglietto con il proprio nome per ogni ducato giocato, e nell'altra tanti foglietti bianchi, a parte 7 su cui era scritto l'ammontare dei premi.
Lo slogan della lotteria diceva: "quelli che non vinceranno avranno regalato un ducato alla comunità, e sarà come lo avessero regalato a se stessi"
Per due anni la repubblica ambrosiana, amministrata da Bossi, Lampugnani e Giovanni da Ossona prosperò, ma la guerra era alle porte e anche Milano dovette scegliere un capitano di ventura.
Dato che i milanesi non avevano voglia di fare guerre ora che erano liberi, aspettarono troppo e alla fine i capitani di ventura disponibili erano già tutti assoldati. Il Piscinin da Corsico era in parola con la repubblica di Venezia; dal Verme, Gonzaga e il Sanseverino erano con gli Aragona... il Colleoni aveva già dei suoi guai personali...
L'unico rimasto libero e con abbastanza esperienza era proprio Francesco Sforza, marito dell'unica erede della signoria Visconti. I milanesi sapevano quali rischi correvano, facendo venire lo Sforza a Milano, ma non c'era scelta: la repubblica di Milano stava per essere attaccata.
Così Francesco Sforza arrivò a Milano, ma tenne i suoi mercenari fuori dalla città, fino che i milanesi non accettarono di far entrare anche Bianca Maria all'interno delle mura, incalzati dalla necessità di doversi difendere e di tenersi buono il capitano di ventura.
A quel punto purtroppo successe quello che si temeva sarebbe successo. I bracceschi dello Sforza presero il potere con un colpo di stato, e Francesco diede la caccia ai sindaci della città, che furono processati per tradimento nei confronti dei Visconti. Teodoro Bossi e Giorgio Lampugnani furono presi e processati a Milano, Giovanni da Ossona fu preso e impiccato sulla via per Novara, mentre tornava al suo paese.(articolo tratto dal sito web della locale sezione della Lega Nord per l'indipendenza della Padania)
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Il Giugno del 1946 ad Ossona
Testimonianza di Luciana Alemani, Colombo Luigi e Felicita Garavaglia sugli avvenimenti legati alla nascita della Repubblica ad Ossona.
Alla fine di maggio del 1946 c'erano ancora dappertutto case squarciate dai bombardamenti, gente ammucchiata in precari alloggi di coabitazione, famiglie in attesa degli ultimi militari prigionieri, campi inglesi e americani con la loro corte di piccoli traffici e malavita spicciola. I fascisti, prudentemente, stavano in ombra e in silenzio, i partigiani si preparavano ai compiti nuovi della pace: ricostruire case e fabbriche, aiutare la gente più colpita, dare un senso nuovo a un paese uscito da vent'anni di dittatura e da una guerra che aveva coinvolto, per la prima volta, i civili quanto gli eserciti.
La campagna elettorale - che abbinava il voto per l'assemblea costituente al referendum monarchia/repubblica - si faceva nelle strade, nelle piazze, nei mercati, nelle case chiedendo consiglio ai più anziani che avevano vissuto nell'Italia prefascista e nei paesi del loro esilio, ma soprattutto inventando modi e luoghi. I simboli e gli slogan attaccati ai muri, i comizi - tutti gremiti - erano l'aspetto più vistoso e nuovo, ma la propaganda vera era quella di migliaia di attivisti che giravano casa per casa e creavano momenti di discussione al mercato, in piazza, nei bar, i più preparati organizzando vere e proprie sceneggiate con pro e contro, spesso così realistiche da far rischiare le botte al compagno che si prestava al ruolo di monarchico. Scontri reali e cruenti erano invece all'ordine del giorno nel mezzogiorno d'Italia dove il partito monarchico era forte, organizzato e raccoglieva consensi anche in strati popolari e sottoproletari alternando la corruzione dei pacchi di pasta e delle scarpe nuove a vere e proprie aggressioni, come nella Napoli di Achille Lauro.
I principali protagonisti della campagna elettorale furono i giovani, la presenza più visibile nelle manifestazioni con cartelli fatti a mano,
bellissimi con caricature, fotomontaggi, scritte fantasiose, bandiere, canzoni. Erano loro ad affiggere i manifesti con la colla casalinga, acqua e farina cucinate dalle madri compiacenti, a fare le scritte di vernice rossa o inchiostro da stampa, se c'era qualche tipografia amica. Erano loro a distribuire volantini, a animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c'erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell'orientamento politico, quello dell'esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota». C'erano gli antifascisti riottosi che insistevano per firmare la scheda «perché io non ho paura di nessuno», repubblicani decisi a cancellare con una croce il simbolo degli odiati Savoia e soprattutto uomini e donne che temevano di sbagliare, di confondersi, di farsi vincere dall'emozione e chiedevano di portarsi nella cabina un congiunto o un compagno più preparato. Quanta pazienza, quanto fiato, quanti pacchi di facsimili di scheda!
E per molti amarezza di non poter votare. Ragazzi di 19-20 anni appena scesi dalle montagne dove avevano combattuto, comandato formazioni partigiane, subito carcere e tortura, ragazze che avevano rischiato la vita ogni giorno portando armi, viveri e ordini nelle borse della spesa, arrancando in bicicletta fra un posto di blocco tedesco e un ponte crollato, non accettavano facilmente di non essere considerati idonei ad una operazione semplice e non rischiosa come il voto, di non essere chiamati a decidere sulla sorte del paese che avevano liberato. Ma si votava a 21 anni compiuti, bisognava rassegnarsi a insegnare agli altri a votare. E a spiegare che il re Vittorio Emanuele aveva aperto le porte al fascismo, l'aveva sostenuto e alla fine era scappato insieme a suo figlio Umberto, lasciando l'Italia in balia dei tedeschi. Che bisognava fare una repubblica democratica, con un presidente eletto.
Arrivò così il 2 giugno e gli entusiasmi si smorzarono in diffuso timore: come avrebbero votato i vecchi? E le donne ritenute dal diffuso maschilismo dell'epoca succubi di scrupoli religiosi o pietistici? Come avrebbe votato il sud? Si presidiarono i seggi tutta la notte per paura dei brogli dai quali qualcuno aveva messo in guardia. I risultati tardavano alimentando i peggiori sospetti. Poi il comunicato liberatore: la repubblica ha vinto. Fu come una seconda liberazione: mentre i rotocalchi preparavano i servizi fotografici di Umberto in borghese col solito fatuo sorriso sulla scaletta dell'aereo che ce lo avrebbe alla fine portato via, giovani e anziani, elettori e non invasero le strade cantando, gridando, abbracciandosi, sventolando, insieme a tante bandiere rosse, il tricolore con un gran buco in mezzo al bianco, dove era lo stemma sabaudo.
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